Il passato è davanti a noi

Ombre di Marco Vichi, Guanda 2022.

Tutto può cambiare da un momento all’altro magari leggendo un romanzo di successo.

Il passato non torna perché, semplicemente, non è mai andato via e in ogni momento può ridarci il film di quanto avvenuto ma con la scrittura di una nuova sceneggiatura. 

E l’intreccio che Vichi imbastisce con questo romanzo della maturità denota come sia intrisa, la sua scrittura, di poliziesco e non solo.

Così può capitare che qualcuno si sia fatta un’idea sbagliata di come sia avvenuto un suicidio oppure che una donna si sia considerata lontana mentre era vicinissima e innamorata persa. 

Insomma le numerose pagine del romanzo sfilano via bene perché ben scritte e con un filo conduttore ben saldo quello di una famiglia che si sta riposando al mare.

A volte ci si trova ad un bivio e si sceglie una strada, quella strada che ci porterà in paradiso o all’inferno. E’ un attimo, ci si distrae, si accetta qualche compromesso, ci si fa convincere. Così la vita cambia, si percorrono nuove strade e tutto può divenire tragico. Come nella tragedia greca. Date certe premesse, ad esempio la nostra cosiddetta civiltà che si accanisce sui più deboli, ecco qua che mostri, depravati e violenti te li trovi dietro l’angolo senza nessuna colpa se non quella di voler vivere una vita decente con una persona che ami.

Ma non c’è solo il marcio nella società. Vichi ci propone una realtà, quella dell’editoria, forse anche troppo edulcorata. Ma ci vogliamo credere e speriamo che sia così, perché la società in qualche modo almeno risarcisca chi è stato pesantemente danneggiato dai malvagi senza i quali il romanzo non avrebbe senso.

Palazzo Firenze a Roma

Nell’ambito delle giornate del FAI (Fondo ambiente italiano) è stato possibile visitare Palazzo Firenze a Roma.

Qui, nel quartiere Campo Marzio, in fondo a Via dei Prefetti si apre un piccolo spazio, Piazza Firenze.

Da qui partivano le corriere postali con destinazione Firenze. Il Palazzo – costruito tra il 1516 e il 1530 su progetto di Jacopo Cardelli – si affaccia sull’omonima piazza con un’imponente facciata. Di proprietà della famiglia Del Monte passò poi ai Medici con l’ascesa al trono pontificio di Giulio III dei Medici.
Su commissione di Ferdinando I dei Medici, fratello del Papa, furono apportate le migliorie più sontuose del palazzo grazie, in particolare, agli affreschi e stucchi del bolognese Prospero Fontana (Allegoria dei continenti nel Camerino e Scene allegoriche nella Sala del Granduca).

Il Sole e Aurora


Fontana, allievo di Perin del Vaga, era uno dei maggiori ritrattisti dell’epoca. Dalla frequenza della scuola francese manierista di Fontainebleau aveva ricevuto un’importante esperienza formativa.
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Gli affreschi della Sala delle Stagioni e della sala degli Elementi sono opera di Jacopo Zucchi (allievo di Vasari). La sua ultima grande fatica – gli affreschi della Galleria di Palazzo Rucellai – risale agli inizi del 1590.

Estate


Sul piano architettonico Palazzo Firenze fu ristrutturato, probabilmente dal Vignola, che ornò il cortile del bel colonnato e all’interno si produsse in artifici per fare in modo che la bella loggia fosse visibile e in linea con il portone d’ingresso principale. Dal 1926 la Società Dante Alighieri ha lì la propria sede. Palazzo Firenze è divenuta anche sede Unesco.

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Il ritorno autunnale

Riflessioni sparse – Voglia – Ispirazioni – Attese – Arte

Il ritorno alle usate occupazioni, agli spazi vitali che siamo abituati a vivere durante la maggior parte dell’anno e il lavoro, per chi ce l’ha, è un sentimento studiato a più riprese da psicologi e sociologi.

Intanto perchè cresce sempre più la voglia di non tornare, di sentirsi liberi di librasi nel mondo, ritenendo una iattura la routine e i luoghi straconosciuti.

Poi perchè questo ritorno coincide con la fine dell’estate, la bella stagione dei poeti, gli attimi di libertà belli e irripetibili una volta tornati in città o al lavoro.

Ancora perchè quest’anno la farà da padrone la politica che viene detestata sempre più come una zavorra che nessuno vorrebbe ma che è necessaria per una democrazia ormai svuotata dei suoi sentimenti più nobili.

Insomma tutto sembra volgere verso il basso inclusa la temperatura.

E’ il capitalismo/comunismo che ci ha plasmati così. Qualsiasi tipo di organizzazione sociale adottiamo ci vuole in forma per il lavoro, per la produzione dei beni. Si può essere liberi ma per un periodo determinato poi, finita la ricreazione si deve tornare perchè l’economia è così. E non crediate che il ricco sfugga a questo meccanismo. Lui anzi ne soffre maggiormente. Basta guardarli. Sono sempre incazzati neri, consapevoli che la ricchezza è un bene effimero che va curato ogni istante della vita. Briatore che si è assunto la veste anche di selezionatore di giovani per l’imprenditoria ha nominato suo figlio di 12 anni amministratore delegato di una società. Si è traviati da piccoli anche dal lato capitalistico. E non c’è stata un’età dell’oro per le nostre civiltà. Gli unici momenti di felicità collettiva si sono avute dopo le catastrofi, quando, ad esempio, è finita una guerra disastrosa. Allora tutti si danno da fare, si ricostruisce, si diventa buoni, ma poi anche quest’età finisce e tutto torna plumbeo come il cielo di Londra.

Anche per gli studenti, che non sanno quali sbocchi lavorativi riserverà a loro la società del benessere, il ritorno sui libri è duro e mette alla prova la loro resistenza allo sballo. Ma occorre resistere, ricorrendo all’arte o alla religione a seconda delle nostre credenze. Sono due attività che ci aprono la mente spesso intenta a rimuginare sul chi me lo fa fare. L’arte non ha una finalità, a parte quella dell’artista di essere remunerato. Poi però l’opera d’arte ad ognuno racconta una storia, apre uno scenario nuovo. Ci fa volare sopra il cielo autunnale. Insomma arte, affetti e attività sportiva possono lenire la sofferenza di tornare alle usate abitudini.

L’ autunno, con i suoi colori, ci dice di spogliarci e colorarci per risorgere a primavera più belli di prima, dentro e fuori.

Roma

Inutile -misera – allegra

Di amori, di leggende, di tristezza.

Di artisti, di Tacito, di Belli.

Di donne, di musica, di gay, di fiori.

Di osterie, di baracche, di ville, di miseria, di sperpero, di ladri e lacchè, di democristiani, di merda.

Roma,

allegra, rissosa, sorniona, fascista, pettegola, violenta, puttana.

Cattolica, capitale, comunista.

Pretesca, papalina, erudita, tifosa.

Inutile, Roma.

22 dicembre 1980

Un tiranno invadente in politica

Il guerriero nato — Alessandro o Napoleone — è un uomo che sa impiegare intelligentemente la forza fisica d’altri uomini e di macchine: ma la forza fisica degli uomini e delle macchine è una brutalità inerte, che non può essere attivata se non da una volontà umana. Perciò l’intelligenza non basta al soldato; ma gli è d’uopo della volontà, perché il soldato crea essenzialmente con un atto di volontà, a differenza del filosofo e dell’artista che creano con puri atti d’intelligenza.

Quindi l’essenza del carattere guerresco è lo sviluppo enorme della volontà, e il bisogno di usare questa facoltà più di tutte le altre. Ma ad uno sviluppo enorme della volontà si unisce sempre l’orgoglio di Lucifero, una coscienza di sè smisurata; perché è nello sforzo della volontà vittoriosa degli ostacoli che lo spirito si esalta sino al più sfolgorante delirio di grandezza, sino a farneticare, come accadde ad Alessandro, apoteosi e adorazioni di sé vivente, come di un Dio. Quale farmaco potrebbe ubriacare più l’orgoglio umano che la frenesia dello sforzo e l’ebbrezza del successo? Ecco perché un guerriero, nelle cose della politica, è sempre un tiranno invadente.

Guglielmo Ferrero, L’Europa giovane.

Il lago

Sguardi vermigli

dietro i vetri di un’auto nera

seguono gli spasmi

di un giorno alla fine.

Crepuscolo di noi,

immersi in mille strade

luccicanti di pioggia.

Che cade su Roma gocciolando,

formando rivoli sinuosi.

E tu, con i capelli bagnati,

lasciati andare, arriveremo al lago,

al riparo dei venti.

Non farti confondere da stupidi

anfitrioni, soltanto lì, con me,

potrai anche morire.

Roma, 21 dicembre 2000

Sui social

Gara a chi la dice più grossa usando parole devastanti

Scopriamo che gran parte dei social, almeno quelli più in voga, tendono a tenere in piedi siti e profili che sparano a zero su tutto, apostrofando questo e quello, deridendo, minacciando, offendendo

pesantemente, in specie, se si tratta di donne che hanno l’unica colpa di aver messo la testa fuori di casa non accontentandosi del ruolo di ancella dell’uomo.

La ritrosia a bannare questi profili sembra discenda dal fatto incontestabile che proprio gli sproloqui più esasperanti generano maggiore traffico e discussioni con la conseguenza che la pubblicità, in virtù del principio pecunia non olet, vada alla ricerca è proprio dei post con maggiore affluenza di dibattito o di sostegno/opposizione.

La politica rincorre, senza dichiararlo, questi trend, utilizzando chiaramente un linguaggio meno violento ma dai toni certamente non pacati, forieri di venti di guerra. Per la verità su questa strada si stanno ponendo persino stimati filosofi malati di protagonismo televisivo. Sono in TV ergo sunt.

In questo quadro gli osservatori che ragionano, vale a dire i mass media classici come i giornali stampati o on-line, fanno fatica a raggiungere il cosiddetto “popolo”. Così si assiste ad una degenerazione generalizzata che può fare, a breve e medio termine, solo danni sulla convivenza civile.

Approndire significa perdere tempo, chi lo fa viene tacciato di supponenza, e i temi più delicati vengono trattati come normali argomenti di dibattito pubblico. E gli ascolti aumentano grazie al fatto che, ad esempio, i temi della nostra salute ci riguarda tutti.

Non ci meravigliamo però che l’asservimento di ogni cosa al dio denaro, generi i mostri che ogni tanto hanno l’onore della cronaca.

Ragazzini che si uccidono in diretta sui social, figli che uccidono i genitori per ottenere subito l’eredità, il crescere di un’ignoranza diffusa e il regresso sociale verso forme di violenza sempre più sofisticate grazi e all’uso di droghe e nuove sostanze chimiche.

Il culmine di queste tendenze è stato toccato ormai con i video di violenze sulle persone e sugli animali che vengono pubblicati quotidianamente e a nessuno, visto che raccolgono milioni di visualizzazioni, è venuta l’idea che occorrerebbe bannarli.

In nome di una libertà conquistata con enormi sacrifici dai nostri padri si dà la stura agli istinti più bestiali dell’uomo. E la chiamano civiltà: ma mi facciano il piacere.

Oggi non voglio scrivere nulla

Per la verità sono in panne perchè sto facendo i conti con Hemingway, sì proprio con lui, l’osannato Ernest. Insomma il fatto che lui sia passato ed abbia scritto del sangue che è scorso in terra e in mare, scusandosi quasi di questo, facendoci capire che lui non c’entra e via dicendo non mi convince.

Ho proprio riletto ieri sera un racconto di caccia in Africa quando descrive con minuzia di particolari l’uccisione di un grosso leone. Beh il fatto che abbiano sparato in più di uno e che discutano chi sia stato veramente ad ucciderlo e la descrizione che il leone abbia saltato come una lepre quando il colpo di un’arma di grosso calibra gli ha trafitto i polmoni e il cuore, beh insomma mi fermo qui.

Cecil un leone maschio di 13 anni ucciso nel 2015 da un cacciatore americano (Wikipedia)

E tutta la tiritera sulle corride in Spagna, l’analisi scientifica dei tori da corrida e quelli che invece sono buoni solo per lavoro o per la carne prelibata. Fiesta gira intorno a questo. E’ vero si da conto che nella comitiva c’è chi dopo una corrida non vuole vederne altre. Ma Ernest è saldamente convinto che quella è la tragedia della vita dove anche l’uomo può soccombere. E quindi giù a descrivere i diversi sistemi dei matador nell’uccidere il toro, il lavoro dei picadores e l’utilizzo di cavalli destinati a morire acquistati per 5 dollari in America.

Oggi siamo meno disposti ad accettare tutto questo anche se in Spagna continuano a pensarla ancora come Hemingway. Ma ormai è cambiata la sensibilità. Uccidere per divertimento degli spettatori rimanda al Colosseo dove i cristiani venivano mandati al macello o i gladiatori combattevano e solo uno ne usciva vivo.

Insomma non dico che l’uomo non abbia caratteristiche ferine in certe situazioni, ma si tratta di personalità con un bisogno d’affermarsi e un ego smisurato. E’ sufficiente pensare ai ricchi americani e non solo che non sanno come passare la giornata e si annoiano e organizzano safari in Africa, tutt’oggi dico, per uccidere elefanti, leoni e tutto quanto gli si pari davanti.

E allora mi resta la domanda: che c’entrava Ernest con questo mondo. Sì certo anche lui aveva una doppia personalità, un soggetto bipolare che passava da momenti di superesaltazione a lunghe fasi depressive.

La caccia è un antidepressivo? Chiedo aiuto agli specialisti. Certo Hemingway descrive bene i luoghi dell’Africa, le diverse fasi degli appostamenti e i racconti della sera dopo non essere riuscito ad abbattere nemmeno un kudu. Sì racconti, potrebbe essere che era continuamente alla ricerca spasmodica di fatti da raccontare, fatti che nella vita reale, lui abituato alle zone di guerra, cominciavano a scarseggiare. Allora ecco la guerra tra uomo e animale raccontata con dovizia di particolari, una guerra squilibrata dove l’animale difficilmente ne esce vivo.