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Noi e il covid

Tempo fa mi è capitato di studiare le opere di Guglielmo Ferrero, in particolare i suoi lavori giovanili sul militarismo e la guerra. Più tardi condensò il suo pensiero nel lavoro sul Potere, su come funzionano i meccanismi per raggiungerlo e mantenerlo. Differenziando il potere legittimo, frutto di libere elezioni da quello illegittimo fondato sull’uso della forza e della paura.

Ecco mi sovviene, passatemi qualche frase antica, che anche oggi viviamo nella paura. Nella società moderna ad incutere timore non sono le armate che scorrazzavano per i paesi europei ma qualcosa di più infido la cui provenienza non si riesce a conoscere.

La paura moderna travolge il “noi” della vita sociale, affida alla salde mani dei politici e dei giornalisti la diffusione delle notizie per il popolo. Nulla di nuovo potremmo dire. Tuttavia c’è il rischio che l’assenza di socialità ci faccia tornare alla fase belluina dei popoli.

E’ vero. Ci sono i social, il cellulare, i mass media. Ma sono per pochi. La metà degli italiani ha la terza media come titolo di studio più elevato. Quello che sto dicendo lo intravedo nelle faide tra giovanissimi, nelle parole di fuoco dei rapper nostrani, nelle arringhe di qualche politico del Nord.

Per lo più si tratta di meri sfoghi nel momento in cui si chiede ai più o meno giovani di limitare la vita di gruppo.

L’isolamento in casa da dove si può comunque lavorare impone una sorta di censura su quello che veniva detto davanti ad una tazzina di caffè, o nella pausa pranzo. Il privato viene ricacciato indietro, come inessenziale. Invece era ed è il sale dei rapporti, le notizie cosiddette riservate che invece circolavano eccome. Così il potere si rinchiude nei suoi luoghi, comunica dati difficilmente analizzabili, le nomine nei punti chiave restano appannaggio delle forze politiche con grave pregiudizio delle capacità e delle professionalità.

Questo percepisce chi sta alla finestra del mondo del lavoro e non è detto che resisterà senza far danni.

Sul covid-19 ad esempio, i dati non vengono diffusi tutti. Quanti contagi sui treni, sugli autobus, nelle scuole, nelle strade, sugli aerei. Cosa si rischia in farmacia, al supermercato, andando alla messa. Con strumenti statistici a disposizione molto sofisticati si potrebbero certamente fare analisi più dettagliate.

Di buono c’è che la gente si è rimessa a studiare. Una manna per un Paese di anziani, preziosi sia ben chiaro, dove in molti ignorano dove nasce il fiume Tevere, di cosa si occupa la Camera dei Deputati o chi ha scritto la Divina Commedia.

Siamo ancora l’Italia dei mondiali, del calcio giocato e discusso, che beninteso a me piace ma che in alcuni casi è la fuga dal reale, quel reale che ogni mattina ci piomba addosso come il Natale.

Di Paolo Bevilacqua

Roma, funzionario pubblico, studi di filosofia e diritto, passione per la vita umana in tutte le sue espressioni.

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